Leopardi, poeta del più che umano

Leopardi, poeta del più che umano

Leopardi, poeta del più che umano

Di Roberto Marchesini

Nel panorama marcatamente antropocentrico dell’umanismo italiano, Giacomo Leopardi costituisce un esempio particolare non solo per la radicale critica all’antropocentrismo, ma altresì per la particolare sensibilità che introduce nella sua poetica, che precorre l’esistenzialismo esteso della filosofia postumanista. Leopardi nello Zibaldone ci mostra la materia come un’entità poietica e potenzialmente capace di pensiero, in una sorta di panismo che rompe qualunque forma di barriera all’interno della fenomenologia della vita. In questo continuum vitale e pensante, il poeta di Recanati sottolinea la pluralità dell’essere, di cui l’essere umano non rappresenta il vertice o la perfezione, bensì una fase transitoria, ponendo così una critica all’universalismo vitruviano.

Possiamo dire che Leopardi sia il poeta della condivisione, del sentire comune diffuso tra tutti gli esseri viventi, un con-sentire che si manifesta attraverso predicati di somiglianza e comunione. Ne è un esempio esplicito il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, in cui la trasversalità predicativa viene tradotta nei versi: “in qual forma o stato che sia”. Tra i predicati condivisi ritroviamo innanzitutto la fragilità, quell’essere esposto alla crudezza del mondo che rende la vita commovente per certi aspetti e nello stesso tempo dotata di una sorta di eroismo inerente, di un valore morale in sé. In questo senso la fragilità dell’essere-in-vita e l’inevitabile caducità di questa condizione, un destino ineluttabile, induce un senso di fraternità, che assegna alla pietà non solo un significato emozionale ma altresì una valenza etica. Per altri versi, la fragilità se contrapposta allo slancio vitale che caratterizza la natura naturata, proprio in virtù della tensione eroica della vita – dotata al tempo stesso di eros e di coraggio – è di insegnamento all’essere umano.

Leopardi è altresì il poeta del corpo, un corpo commovibile nella sua dimensione affettiva, in quanto emozionabile e desiderante. Il desiderio viene interpretato da Leopardi non più come una meta, un proposito, un’ambizione, il bisogno di colmare una mancanza e tanto meno uno specifico desiderato, bensì nei termini di predicativo del soggetto, di qualità implicita, in quanto predicato verbale, che indica una tensione espressiva più che un bisogno effettivo di qualcosa. Il desiderante leopardiano viene descritto con il termine di vaghezza, espressione intensiva dell’essere-in-vita, potremmo dire dotata di un carattere copulativo, che ne dà un’apparenza teleologica, ma in sé è indefinita nei contenuti ovvero vocata a dotarsi solo successivamente di contenuti. Nella poesia Il passero solitario, la vaghezza di questo uccello – Monticola solitarius – non è verso qualcosa di preciso, ma si risolve in uno stile di vita, che nell’esprimere la propria natura dà un significato effettivo al desiderante, offrendo all’uccello la propria dimensione di appagamento, per cui “erra l’armonia per questa valle”, che ci offre l’immagine plastica della gioia di essere-in-vita.

La fenomenologia della vita in Leopardi si manifesta pertanto in una teoria del desiderante che da una titolarità di agency all’individuo, per quanto non eradicata dalla propria dimensione esistenziale. Difatti, la tensione desiderante: i) da una parte è radicata nella natura di chi desidera – “di natura è frutto ogni vostra vaghezza” – è cioè predicativa del soggetto; ii) dall’altra, proprio grazie al suo non implicare un contenuto bensì esprimere un predicato verbale inerente al soggetto, resta in sé indefinita, per l’appunto dotata di vaghezza. Da questo si sviluppa una titolarità dell’individuo nell’agire, perché la condizione indefinita del desiderante lascia spazio alla traduzione intenzionale – per dirla con le parole di Franz Brentano – ossia consente al soggetto l’estro e la libertà di completarla di contenuti modali: verso cosa dirigere l’azione intenzionale, cui aggiungere tutti i complementi circostanziali a essa riferiti. Questa prevalenza dell’espressione nella concezione leopardiana del desiderio, ritorna più volte, per esempio nella poesia Il sabato del villaggio, in cui prevale la gioia dell’immaginazione, il piacere dell’indefinizione. Si tratta di una condizione di languore espressivo, che spinge all’azione ogni essere vivente, “Gli altri augelli contenti, a gara insieme / Per lo libero ciel fan mille giri”, affratellando tutte le creature.

Leopardi mette in rilievo un altro aspetto di comunanza tra gli esseri viventi e potremmo dire lo pone come problema filosofico centrale nello Zibaldone, la dimensione temporale della vita. Il piacere è sempre temporaneo, per cui la felicità non può mai aspirare all’assolutezza, perché resta sempre confinata nel relativo e nel transeunte. Anche l’esperienza viene riportata in una condizione diacronica attraverso il principio dell’assuefazione, un processo di conformazione al mondo che si realizza nel tempo e attraverso il tempo. Ancor più che lo spazio è il tempo infinito a portare Leopardi nel naufragio, a fargli provare il sentimento ambivalente del sublime. La stessa consapevolezza di una caducità implicita nella vita suscita in Leopardi la vertigine temporale, che per certi versi toglie il fiato di fronte all’immensità delle “morte stagioni”, dall’altra mostra la risonanza, crea cioè quella dimensione immaginifica che da una sostanza diacronica all’esistenza stessa. Per Leopardi il transeunte non conduce a un’enfatizzazione del presente, all’imperativo del cogliere l’attimo o al sentimento sincronico del vivere il qui e ora, bensì allarghi lo spazio temporale creando un senso di sospensione cairologica – come se la dimensione cronologica del tempo di colpo perdesse consistenza – per cui l’attimo diventa espressione della risonanza.

Nella poesia La sera del dì di festa, questo senso di smarrimento temporale è sottolineato più volte, per esempio già nella prima strofa “Dolce e chiara è la notte e senza vento”, che ci trasmette una sensazione di sospensione, di presenza al di là del tempo stesso, col suo silenzio notturno e la sua chiarezza spaziale, non interrotto dal vento e dai suoi inevitabili fruscii. Nella poesia ogni altro riferimento – il sogno della donna amata, il solitario canto dell’artigiano, la consapevolezza della propria mortalità, le gesta dei popoli antichi – tutto è risucchiato nel vortice del tempo. Il tempo diviene metrica dell’esistenza, ma proprio per questo l’elan vital della pianta, nella poesia La ginestra assume una rilevanza ontologica ben precisa, perché consente all’essere umano di guardarsi da una prospettiva differente. In questo senso la critica leopardiana all’antropocentrismo riguarda anche l’importanza del decentramento esistenziale, l’unico modo per potersi vedere. In questo senso per Leopardi le alterità nonumane non sono mai estranee o a lui aliene, non sono mai altro-da-sé, bensì rappresentano uno specchio in cui il poeta si rivede o meglio riesce a svelare qualcosa di nascosto della propria esistenza. La natura per Leopardi è già di per sé epifania in versi e si presenta come una rivelazione che dev’essere ascoltata con attenzione e accolta come estensione di sé.

Possiamo a questo punto chiederci se Leopardi possa essere considerato, pur all’interno di una cornice culturale umanista, un poeta e filosofo del più-che-umano, se in qualche modo la sua poetica si avvicina, e quindi precorre, il postumanismo esistenziale. Dal mio punto di vista questa vicinanza per quanto azzardata possa sembrare non è priva di fondamento. La sua sensibilità lo porta a una critica dell’antropocentrismo pensata, tuttavia, primariamente sotto il profilo ontologico ed estetico – potremmo definirlo con la sola parola “poetico” – vale a dire sentito ancor prima che ragionato. L’essere parte di un destino comune consente al poeta una riflessione sull’umano scevra da distorsioni, vanità, autocelebrazioni, ma profondamente vissute, scritte sullo spartito esistenziale non attraverso una chiusura nella sofferenza ripiegata in sé ma nella partecipazione. E si tratta di un essere partecipe che non è mai chiuso all’interno dell’umanità, ma che coinvolge ogni essere vivente e che si riflette su tutte le creature divenendo un’espressione più-che-umana. In alcune poesie apparentemente svolte su un pessimismo cosmico, troviamo al contrario un vero e proprio afflato di condivisione esistenziale con tutte le creature, un sollievo nel sentirsi parte di qualcosa che va al di là della morte, perché nell’espressione generosa della vita, anche di fronte all’inevitabilità della fine e nella cieca banalità del male, scaturisce il senso stesso della morale.

Leopardi è un poeta dell’esistenzialismo esteso, che anche nella tristezza mai si rinchiude in se stesso, mai si concede a un solipsismo disperante, ma sempre si apre alla comunione con il mondo, sempre apre tutti i pori della sua esistenza alle voci che gli provengono dalla natura. C’è in lui la necessità impellente dell’accoglienza, del riflettersi nelle creature che lo circondano. La vita che si esprime attraverso le creature, la natura naturata, diventa così un’Epifania, una rivelazione capace di trascendere la dimensione individuale, la solitudine mortifera dell’individuazione, perché crea una trasversalità esistenziale. È un’epifania che riguarda anche la dimensione temporale estendendo il sentire oltre il qui e ora, in una partecipazione diacronica. Leopardi crea poesie dai forti contenuti sensoriali e sinestesici. Per descrivere il passero solitario che mostra la sua gioia cantando e volando usa il verso “erra l’armonia per questa valle”. Così facendo ci fa partecipi di una visione e di una musicalità che non resta nella dimensione fenomenica, non è uno sfondo, perché riverbera nella condizione del poeta, diviene esistenziale.

Confrontando questa poetica con il postumanismo esistenziale non possiamo non rilevare rilevanti punti in comune. La filosofia postumanista è un movimento di pensiero molto variegato al suo interno, tuttavia possiamo rinvenire alcuni temi o impostazioni comuni che la rendono riconoscibile e nello stesso tempo mostrano la discontinuità che essa inaugura. Tra gli aspetti che tuttavia mi sento di dover mettere in evidenza in questa filosofia vi è sicuramente quello della condivisione. Il postumanismo si caratterizza per la prevalenza della dimensione orizzontale dell’esistenza, al contrario del pensiero umanista in cui prevale la dimensione verticale: l’aspirazione umana a disgiungersi dal mondo, a ritagliarsi da ogni sfondo e a elidere ogni possibile condivisione, perché nella smania ascensionale e individuativa l’umanista tende a disgiungere. Nel postumanismo, viceversa, occorre favorire il flusso che intercorre nella fenomenologia della vita, mettere in rilievo le aree condivise, allargare le braccia in segno ospitale, immergersi nel continuum dionisiaco e organico. È una filosofia della sovrapposizione degli enti, dell’essere-con, dell’interconnessione e della reciproca ibridazione, della convivialità nell’essere-per-la vita. Va ribadito il carattere coniugativo del postumanismo: una filosofia che considera l’ente nei suoi predicati come espressione emergente dal carattere relazionale e dal momento relazionale instaurato dall’ente stesso. In pratica il postumanismo rigetta la visione essenzialista ed emanativa. In questo senso notiamo una profonda differenza rispetto all’impostazione umanista.

Uno dei caratteri principali della filosofia postumanista riguarda il suo mettere al centro la dimensione vitale, per certi versi incarnata, della relazione, la prevalenza del corpo nella fenomenologia della vita, per cui ogni separazione è apparente, è una distorsione prospettica, perché la vita è un continuo meticciamento esistenziale. Noi siamo attraverso gli altri. La vita per Leopardi è soprattutto tensione desiderante, inerente il soggetto nella sua specificità, ma nello stesso tempo proiettata nel mondo e condivisa tra le creature del mondo, presente in tutte le forme di vita. Leopardi utilizza un termine significativo per descrivere il desiderare come carattere proprio della vita: vaghezza, che richiama la tensione verso l’indefinito. Siamo di fronte a una tensione desiderante che non mostra il suo volto rapace, il suo desiderio di appropriarsi del mondo, ma che si traduce in un desiderio espressivo, in una partecipazione alla vita che in certi momenti diventa persino donazione. Ne è un esempio la poesia dedicata alla ginestra che anche davanti alle avversità del luogo e delle circostanze dona il suo profumo.

Parole come sensitività, affettività, fragilità, ospitalità, bisogno, donazione e persino caducità costituiscono la geografia concettuale che permette al postumanismo di tracciare una mappa di proiezione orizzontale nel mondo. Una ontologia basata sull’accoglienza e sull’ibridazione trasversale che interconnette ogni esistenza nel tempo e nello spazio. In questo senso parliamo di un esistenzialismo esteso, un essere-per-la-relazione e nello stesso tempo un essere-per-la-vita, che si differenzia in modo netto dall’esistenzialismo individuale, tipico dell’umanismo, che inevitabilmente cade nell’essere-per-la-morte. L’esistenzialismo esteso pone la relazione ibridante come evento ontologico fondamentale. L’esistenzialismo esteso si realizza in tre direzioni principali: la sensitività della carne, l’affettività del corpo, l’espressività del soggetto. Le relazioni che intesse sono espressione di una co-implicazione, l’espressione delle predisposizioni degli enti in relazione, e di una co-esplicazione, l’emergenza e lo sviluppo di nuovi predicati attraverso l’ibridazione. Ho voluto ricordare alcuni principi della filosofia postumanista, come la sua visione orizzontale nell’ambito della fenomenologia della vita, negli aspetti di condivisione di una condizione esistenziale che nella precarietà, nella fragilità e persino nella caducità esprime la sua forza. In questa direzione, Leopardi è il poeta che rompe le barriere tra l’umano e il nonumano.

L’abbraccio fraterno che Leopardi auspica tra tutte le creature diventa un messaggio oggi più che mai attuale di fronte alla gravissima crisi ecologica. Il postumanismo, infatti, ha un senso se sarà in grado di cambiare le nostre prospettive isolazioniste, se sapremo andare oltre al bisogno di disgiungerci dal mondo e segnare distinzioni per sostenere di Esistere. In questo Leopardi ci manda un messaggio di eco-politica non più eludibile, non solo mostrandoci l’insussistenza dell’antropocentrismo, ma ricordandoci come solo in una dimensione partecipativa l’essere umano può ritrovarsi e dispiegare in pienezza le sue qualità esistenziali, perché le altre creature non sono uno sfondo ma ci riportano il senso dell’esistenza.