Di Amanda Minervini
Da molti anni viaggio per l’Italia con i miei studenti americani, e per qualche anno abbiamo anche soggiornato in Campania. Senza anticipare troppe informazioni ai miei studenti, li ho accompagnati a visitare alcune delle famose tenute dove le bufale (Bubalus bubalis) sarebbero “massaggiate e felici,” e quindi la mozzarella, e le carni, sarebbero ancora più deliziose. Mi ha meravigliato l’ampio spettro di reazioni dimostrate dagli studenti, dall’orrore per lo stato degli animali, all’assoluta noncuranza sottolineata da immediate richieste di assaggiare il gelato fatto con il latte delle bufale. Quello che sto scrivendo non è il risultato di un’inchiesta investigativa stile “Report,” ma semplicemente quello che ogni turista può vedere in una qualunque di queste tenute.
Ogni volta che sento parlare delle “bufale felici”, quelle che nei video e articoli promozionali ascoltano musica, si grattano con spazzole rotanti e vivono una vita bucolica su prati verdissimi, provo una rabbia profonda. Per anni siamo stati abituati a un immaginario pastorale, come se la mozzarella di bufala fosse il risultato naturale di un’armonia tra esseri umani, territorio e animale. Ma basta scavare un po’ — e leggere alcuni studi scientifici, non solo inchieste attiviste — per scoprire che la verità è molto diversa. In realtà basta una veloce visita turistica in una delle famose masserie felici, magari dopo una visita alla bellissima Paestum, per constatare che si tratti… proprio di una bufala. In tutte le mie visite non ho mai sentito una sola nota musicale, e le spazzole per alleviare i pruriti delle povere bufale erano sempre malfunzionanti…
La bufala è un animale che trae benessere psicofisico dall’accesso all’acqua e all’ambiente umido (Napolitano et al., 2007; De Rosa & Grasso, 2012) e ha un pelo ispido e una pelle particolarmente soggetta a pruriti. La letteratura etologica documenta come il pascolo e la possibilità di immergersi o sostare in acqua siano comportamenti naturali fondamentali. La privazione di questi elementi provoca stress, maggiore incidenza di zoppie e problemi podali — un fenomeno ben documentato nelle bovine da latte allevate su cemento, e che vale a maggior ragione per le bufale (Cook & Nordlund, 2009). Gli allevamenti bufalini intensivi in Campania sono ormai la norma, non l’eccezione. Già vent’anni fa, Masucci et al. (2003) avevano rilevato criticità significative nelle aziende bufaline campane, anche in quelle biologiche, utilizzando l’indice ANI (Animal Needs Index). Lo studio mostrava problemi di spazio insufficiente, carenze di stimoli e arricchimenti, e condizioni sanitarie non ottimali. È doloroso pensare che ciò che già allora risultava problematico oggi sia diventato strutturale: densità elevatissime, pavimentazione in cemento, condizioni igieniche insufficienti.
[Le vere condizioni delle bufale durante una normale visita turistica: niente pascolo, niente musica, e nessuna spazzola per grattarsi. Le bufale mostrano chiaramente ansia, malessere, sofferenza o completo sconforto e apparente distacco. Tutte le foto di questo articolo sono dell’autrice.]
Quando poi leggo rapporti scientifici come quelli di Campanile et al. (2010), che analizzano la fisiologia della bufala in lattazione, capisco quanto sia fragile l’equilibrio biologico di questi animali. Le bufale, come naturalmente le mucche, non sono “macchine da latte”, come spesso vengono trattate: sono animali con esigenze etologiche precise, fra cui ambienti umidi e possibilità di movimento. Il confinamento intensivo, unito alla pressione produttiva, altera profondamente il loro benessere. E poi c’è la questione dei vitelli, forse la parte che più colpisce emotivamente. La separazione precoce dalle madri è una pratica diffusa, benché la letteratura sul comportamento materno nei bovini dimostri l’importanza del legame madre-figlio per la riduzione dello stress neonatale e per un corretto sviluppo comportamentale (von Keyserlingk & Weary, 2007; Flower & Weary, 2003). Gli studi sull’impatto psicologico della separazione precoce nelle vacche segnalano vocalizzazioni prolungate, agitazione, riduzione dell’ingestione e comportamenti stereotipati: fenomeni osservati anche nei bufali, come documentato da De Rosa et al. (2009). Nelle cosiddette aziende delle “bufale felici”, i vitellini vengono lasciati con le madri solo per dieci giorni, poi trascorrono alcune settimane da soli in gabbie buie, affrontando alti tassi di mortalità e condizioni durissime. Questi vitelli non sono nemmeno nascosti: basta esplorare oltre i piazzali sporchi e sovraffollati dove si trovano gli adulti per imbattersi nei piccoli. Anche solo il letame raccolto mensilmente per produrre biomasse fattura circa 50 mila euro al mese, dunque gli introiti non mancano e si potrebbe benissimo reinvestire per migliorae il welfare e la cura di questi animali, fra l’altro indubbiamente intelligenti e sensibili (con ciò non intendo dire che sono solo gli animali intelligenti a meritare maggiore benessere: tutte le forme di vita lo meritano).
Niente di tutto questo compare nelle brochure patinate delle masserie. Più che pratiche mirate al benessere, La musica classica e le spazzole sono invece un tentativo di distrarre i consumatori e di ripulirne la coscienza. La letteratura accademica è chiara: il benessere animale non può essere affidato a gadget, a ideali capitalistici antropocentrici, ma dipende da accesso al pascolo, spazio, qualità della gestione, autonomia degli animali e rispetto dei loro comportamenti naturali (Fraser, 2008). Anche la tecnologia delle “smart farm”, tanto celebrata dai media, risulta ambigua alla luce degli studi. L’automazione può facilitare la gestione, ma se l’animale resta confinato su cemento per tutta la vita, l’impatto sul benessere resta marginale (Gasparotto et al., 2021). Le tecnologie digitali, da sole, non sostituiscono ciò che gli etologi chiamano “natural living” o “species-appropriate environment” — uno dei tre pilastri fondamentali del welfare animale. Sul piano sanitario, le controversie sugli abbattimenti per sospetta brucellosi e TBC sollevano ulteriori quesiti. Diversi report tecnici e parlamentari hanno evidenziato come gli abbattimenti abbiano riguardato numeri enormi di animali, ben superiori ai casi realmente positivi, generando conflitti tra allevatori e istituzioni (Relazione Senato della Repubblica, 2022). Non servono studi scientifici per capire che quando un sistema di allevamento è fragile, sovraffollato e stressato, le malattie trovano un terreno fertile. È semplice epidemiologia. La letteratura veterinaria aggiunge un altro elemento cruciale: l’accumulo di deiezioni, se non gestito correttamente, aumenta il rischio di mastiti, infezioni podali e contaminazioni ambientali (Smith, 2002). Una stalla pulita non è una mera questione estetica: è una condizione strutturale della salute animale. E non posso fare a meno di pensare che tutto questo debba cambiare. Non per idealismo, ma perché ce lo dice la scienza. Gli studi sugli allevamenti estensivi mostrano che un maggiore accesso all’esterno riduce stress, malattie, mortalità neonatale e bisogno di antibiotici (Olmos et al., 2009). È quindi possibile una filiera più etica? Sì, ma a patto di rimettere l’animale — non la produttività — al centro del sistema.
[Maggio 2024, vitellini di bufala isolati in gabbie scure che esibiscono comportamenti stereotipati.]
A questo punto, i consumatori dovrebbero almeno pretendere la verità. Se vogliamo davvero parlare di bufale felici, allora dobbiamo fare in modo che lo siano davvero: che abbiano spazio, erba, acqua, relazione materna, dignità. Nel caso degli animali da latte, i vitellini non dovrebbero essere prematuramente separati dalle madri solo per assicurarsi di commercializzare tutto il latte. Se ci vantiamo di essere una specie evoluta, siamo certamente anche in grado di conservare una parte del latte per i vitelli, senza doverli allontanare completamente dalle madri o per lo meno da una vacca “nutrice”. Se non fosse la scienza a dircelo, basterebbe un minimo di empatia, che è poi anche etica. Ma più passa il tempo, più sento che per lo meno la scienza dovremmo ascoltarla.
[Anche altri animali ospiti di queste tenute vivono in condizioni di negligenza, con il benestare dei veterinari responsabili delle tenute (che ignorano ogni segnalazione). Purtroppo ho riscontrato molta insensibilità tra i veterinari italiani che lavorano con gli animali da allevamento, un tratto che di norma non caratterizza questa categoria.]
Bibliografia
Campanile, G., Neglia, G., Di Palo, R., Gasparrini, B., Vecchio, D., Russo, M., & Zicarelli, L. (2010). Physiological and productive responses of dairy buffaloes to different feeding and management systems. Italian Journal of Animal Science, 9(2), 245–257.
Cook, N. B., & Nordlund, K. V. (2009). The influence of the environment on dairy cow behavior, claw health and herd lameness dynamics. Veterinary Journal, 179(3), 360–369.
De Rosa, G., Grasso, F., & Napolitano, F. (2009). Metodologie di valutazione del benessere nelle bufale da latte. Large Animal Review, 15(3), 123–130.
De Rosa, G., & Grasso, F. (2012). Behaviour and welfare of buffaloes. Italian Journal of Animal Science, 11(2), 220–230.
Flower, F. C., & Weary, D. M. (2003). The effects of early separation on the dairy cow and calf. Applied Animal Behaviour Science, 80(4), 301–318.
Fraser, D. (2008). Understanding animal welfare: The science in its cultural context. Wiley-Blackwell.
Gasparotto, P., et al. (2021). Precision livestock farming and dairy buffalo production: limits and opportunities. Frontiers in Veterinary Science, 8, 1–12.
Masucci, F., Di Francia, A., De Rosa, G., & Grasso, F. (2003). Problematiche alimentari e del benessere animale in aziende bufaline della Campania. Università degli Studi di Napoli Federico II.
Napolitano, F., Pacelli, C., Grasso, F., & De Rosa, G. (2007). The behavior and welfare of buffaloes (Bubalus bubalis) in dairy farms. Italian Journal of Animal Science, 6(S1), 333–336.
Smith, K. L. (2002). Mastitis in dairy animals: a review. Journal of Dairy Science, 85(5), 1141–1149.
Von Keyserlingk, M. A. G., & Weary, D. M. (2007). Maternal behavior in cattle. Hormones and Behavior, 52(1), 106–113.
Olmos, G., Boyle, L., Hanlon, A., Patton, J., Murphy, J. J., Mee, J. F. (2009). Calf health and behaviour in dairy systems with high versus low outdoor access. Applied Animal Behaviour Science, 120(1–2), 35–41.


